Al primo sono arrivata ingenuamente preparata e l'ho sfangata. Con l'entusiasmo della novellina e il supporto biologico di un corpo under 30. Un'infarinata di yoga, tanta fiducia basata sul nulla, il fermo rifiuto di avere un ago nella schiena (perché sono una pavida, non certo per certezze ideologiche) e, con ogni probabilità, una gran botta di culo. "Possiamo rifarlo" ho detto a un marito che ancora si stava riprendendo dallo shock.
Al secondo, 5 anni dopo, sono arrivata corazzata. Terrorizzata dalla fama della sanità inglese mi sono presentata in ospedale fermamente convinta che più facevo da sola maggiori erano le possibilità di cavarmela. E questa è stata una benedizione perché in effetti da soli ci hanno lasciati un bel po'.
Come ho già detto
altrove, essere fortunate è essenziale. Ma essere preparate lo è di più.
Sono sempre stata un filino accentratrice, inutile negarlo. Precocemente sicura che le cose a volerle vedere fatte bene sia il caso di farsele da soli: questo lato di me non ha mai contribuito granché a rendermi simpatica, e però si è fatto perdonare tutto alla nascita di entrambi i miei figli.
E' stato questo loro arrivare dal nulla della mia pancia a farmi mettere in discussione radicale me stessa. Ero io qui ad accoglierli. Poteva andargli peggio, ok, ma francamente anche parecchio meglio. Una più sicura, o che almeno sapesse da che parte girarsi, non sarebbe stato difficile trovarla.
Preparata non lo ero e lo avrebbero scoperto presto. Avrebbero forse apprezzato trovare molta buona volontà e parecchia fiducia. E il primo pezzo di strada insieme lo avremmo fatto nel canale dentro di me.